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SPESSO IL MALE DI VIVERE HO INCONTRATO di E. Montale ( 0 Commenti, scrivi tu)

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

(Letta da Angela)

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LA MIA SERA di G. Pascoli ( 0 Commenti, scrivi tu)

Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c’è un breve gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!

Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell’aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell’umida sera.

E’, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d’oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell’ultima sera.

Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell’aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l’ebbero intera.
Nè io… e che voli, che gridi,
mia limpida sera!

Don… Don…. E mi dicono, Dormi!
Mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
Là, voci di tenebra azzurra…
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch’io torni com’era…
Sentivo mia madre… poi nulla…
sul far della sera.

(Letta da Angela)

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BUONGIORNO RO’ di S. Di Giacomo ( 0 Commenti, scrivi tu)

Rosa, si chiove ancora
nun t’ammalincunì,
ca d’ ‘o bontiempo ll’ora
sta prossema a venì.

Nun vide? ‘E luce ‘e sole
luceno ‘e st’acqua ‘e file;
è ‘a morte d’ ‘e vviole,
so’ ‘e lacrime d’abbrile.

Ma mò cchiu ffresca e ffina
ll’aria se torna a fa’…
Meh!… Ast’aria d’ a’ matina,
Rosa, te puo’ affaccià.

Aràpe ‘e llastre: aràpe
sta vocca piccirella
addò sulo ce cape
nu vaso o na resella,

canta: chist’ è ‘o mumento;
tu cante e io, chiano chiano,
mme faccio ‘a barba e sento,
cu nu rasulo mmano.

E penzo: <<'A i' ccà; s'affaccia...
Mm'ha visto.... Mme saluta...>>
E c’ ‘o sapone nfaccia
dico: - Buongiorno, Ro’!…-

(Letta da Angela)

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AMORE ( 0 Commenti, scrivi tu)

Spuntan le gemme sui ramoscelli
ecco che spira un bel venticello
vola nel cielo una capinera
finalmente è arrivata la Primavera;

nei campi occhieggiano le timide viole
accarezzate da un lieto sole
un bimbo corre col suo aquilone
e sente un coro che grida: amore.

Le spighe di grano indorano il campo
il sole splende su tutto il mondo
il cielo azzurro si estende beato
i fiori colorano il verde prato

sul mare dondola la pigra barca
nell’aria soffia una lieve brezza
il bimbo insegue il aquilone
ancora il coro che grida: amore!

Stanche le foglie cadon dai rami
come uno stuolo di antiche dame
un vento sferzante le spinge lontano
è già arrivata la stagione autunnale;

senti ruggire le onde spumose
calar la nebbia su tutto il paese
il bimbo in sogno col suo aquilone
risente il coro che grida: amore!

Le nuvole giocano a nascondino
un rovescio di pioggia nel mattino
la neve scende sulle montagne
un velo di brina sulla campagna;

il vento infuria sull’abitato
la luna illumina il cielo stellato
il bimbo, riposto il suo aquilone,
si unisce al coro che grida: amore!

(Scritta e recitata da Angela)

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Armonia di me ( 0 Commenti, scrivi tu)

Sento il respiro
del vento
che è in me…
Scava
si espande
mi riempie
rotola giù
alla fine
del mio essere
e come l’onda
s’infrange e
schiuma.

Possente e vittorioso
ripercorre
il suo cammino
per invadermi
e fluire
e poi rifluire
e ancora…
ancora…
ancora…
ancora…
Armonia di me.

(Scritta da Angela, finalmente oggi 26/6/2007)

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La Vergine cuccia (da Il giorno di Giuseppe Parini) ( 0 Commenti, scrivi tu)

Or le sovviene il giorno,
ahi fero giorno! allor che la sua bella
vergine cuccia de le Grazie alunna,
giovenilmente vezzeggiando, il piede
villan del servo con l’eburneo dente
segnò di lieve nota: ed egli audace
con sacrilego piè lanciolla: e quella
tre volte rotolò; tre volte scosse
gli scompigliati peli, e da le molli
nari soffiò la polvere rodente.
Indi i gemiti alzando: aita aita
parea dicesse; e da le aurate volte
a lei l’impietosita Eco rispose:
e dagl’infimi chiostri i mesti servi
asceser tutti; e da le somme stanze
le damigelle pallide tremanti
precipitâro. Accorse ognuno; il volto
fu spruzzato d’essenze a la tua Dama;
ella rinvenne alfin: l’ira, il dolore
l’agitavano ancor; fulminei sguardi
gettò sul servo, e con languida voce
chiamò tre volte la sua cuccia: e questa
al sen le corse; in suo tenor vendetta
chieder sembrolle: e tu vendetta avesti
vergine cuccia de le grazie alunna.
L’empio servo tremò; con gli occhi al suolo
udì la sua condanna. A lui non valse
merito quadrilustre; a lui non valse
zelo d’arcani uficj: in van per lui
fu pregato e promesso; ei nudo andonne
dell’assisa spogliato ond’era un giorno
venerabile al vulgo. In van novello
signor sperò; ché le pietose dame
inorridìro, e del misfatto atroce
odiâr l’autore. Il misero si giacque
con la squallida prole, e con la nuda
consorte a lato su la via spargendo
al passeggiere inutile lamento:
e tu vergine cuccia, idol placato
da le vittime umane, isti superba.

(Recitata da Gianluigi Farati)

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O falce di luna calante (Gabriele D’Annunzio) ( 0 Commenti, scrivi tu)

O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe’l vasto silenzio va.

Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme …
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

(Recitata da Gianluigi Farati)

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Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono (F. Petrarca) ( 0 Commenti, scrivi tu)

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ’l core
in sul mio primo giovenile errore,
quand’era in parte altr’uom da quel, ch’i’ sono;
del vario stile in ch’io piango e ragiono
fra le vane speranze, e ’l van dolore;
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, non che perdono.
Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;
e del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto,
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

(Recitata da Gianluca Farati)

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MIO CUORE (G. Apollinaire) ( 0 Commenti, scrivi tu)

MIO CUORE SIMILE AD UNA FIAMMA ROVESCIATA

(Recitata da Veronica classe 2° b scuola primaria)

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MATTINO (G. Ungaretti) ( 0 Commenti, scrivi tu)

M’illumino

d’immenso

(Recitata da Nicole e Paolo classe 2° b scuola primaria)

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